“Sentiamo la necessità di rimettere a tema il nodo del conflitto politico” – Intervista ad Anna Simone su GlobalProject

9 / 10 / 2013

Abbiamo intervistato Anna Simone che ha partecipato all’incontro nazionale LIBERA ERGO SUM a Paestum  il 4, 5 e 6 ottobre. E’ uscito un dibattito aspro e interessante sia dal punto di vista generazionale, sia dal punto di vista dell’agire politico.

– Ciao Anna, con te per una chiacchierata, un resoconto, sul dibattito che si è svolto a Paestum lo scorso fine settimana.

Intanto, quest’anno Paestum è iniziata con un segno diverso rispetto all’anno precedente, lo scorso anno è stato un ritrovarsi tra donne di tutte le età dopo tantissimi anni mentre quest’anno l’idea era quella, quantomeno l’idea espressa dal comunicato di indizione, di riuscire a tenere insieme femminismi diversi e quindi sia da punto di vista generazionale sia dal punto di vista delle esperienze territoriali e delle pratiche e modalità dell’agire politico.

Detto questo, eravamo circa in 500, c’erano anche 5 uomini che però non si sono espressi.

C’è stato un momento plenario il primo giorno in cui era possibile prendere la parola direttamente e raccontare le proprie esperienze e poi nel pomeriggio ci siamo suddivise per discutere su temi specifici, quindi si è dato avvio a dei nuovi tavoli su argomenti specifici, tutti di attualità, e il giorno successivo c’è stra un’altra plenaria.

Il vero imprevisto, che poi ha determinato tutto il resto e l’esito di Paestum 2013, è stato la presa di parola diretta di questo neo gruppo di giovani femministe, l’F9, che sono salite sul palco e hanno srotolato uno striscione su cui c’era scritto“stato di eccitazione permanente” e hanno letto un manifesto politico che io invito tutti a leggere perché è bellissimo, è densissimo, in cui a partire dall’insegnamento della Lonzi, quindi non fuori dalla genealogia del pensiero della differenza italiano, a partire dalla Lonzi appunto hanno rigenerato, risignificato e riscritto il presente alla luce della loro esperienza di vite precarie, di lavoratrici precarie e di giovani donne che hanno bisogno, a partire dalla pratica femminista, di risignificare il presente e il mondo contemporaneo.

Stai parlando del documento finale…..

Sì, è un vero e proprio manifesto politico che loro hanno pubblicato e poi distribuito.

Il gesto dell’F9 ha suscitato veramente un grande dibattito e, mentre loro agivano tramite tale performance, questa modalità di presa di parola diretta a partire proprio dalla loro condizione, ha raccolto applausi, entusiasmo e vitalità nella maggior parte dei presenti.

Poi però la discussione è stata abbastanza complicata perché alcune donne hanno cominciato a contestare la modalità attraverso con cui F9 ha preso parola, sostenendo la tesi secondo cui l’unica pratica di relazione femminile e femminista debba muoversi esclusivamente sulla presa di coscienza del sé e sulla pratica stessa della relazione, come se all’esterno non succedesse mai nulla.

Questa cosa è stata latente e ha continuato ad esservi anche all’interno dei tavoli e si è poi esplicitata nell’ultima plenaria in cui è emerso un vero e proprio caos che chiamerei “caos produttivo”, molto interessante, tra chi sosteneva la tesi secondo cui la pratica della relazione femminista, la presa di coscienza, il partire da sé fossero sufficienti a risignificare sé stesse nel presente e chi invece sosteneva la tesi secondo cui la pratica della relazione è non solo tra sé ma soprattutto tra sé e il mondo, e quindi si rivendicava la possibilità di riprendere parola su ciò che sta avvenendo nell’insieme della società e su come questo ha una ricaduta sui nostri corpi.

Queste due visioni contrapposte hanno prodotto un conflitto all’interno dell’assemblea, che sta prendendo varie pieghe anche ad alcuni giorni di distanza, ma che dal mio punto di vista è stato estremamente produttivo, interessante e vivace. Io condivido pienamente il manifesto dell’F9 perché la condizione materiale nella quale noi viviamo non può in nessun modo essere secondaria alla nostra presa di parola poiché noi siamo la stessa condizione materiale che viviamo. E condivido la posizione relativa al fatto che dirsi femministe oggi significa praticare anche la relazione con l’esterno e non soltanto tra di noi, non foss’ altro perché il contesto contemporaneo è un contesto che utilizza i corpi femminili .

Il neoliberismo utilizza tutti i corpi ma alcuni in modo specifico, tipo gli ultimi decreti legislativi che sono stati fatti come quello sull’omofobia e il cosiddetto decreto antifemminicidio che io preferirei definire più precisamente come “violenza maschile sulle donne”. Ci strumentalizzano per finalità che prescindono dalla nostra stessa libertà acquisita e quindi per noi è fondamentale prendere parola su questo perché non si tratta soltanto di criticare un dispositivo legislativo, ma di criticare uno strumento, una modalità di strumento della governance che viene utilizzata per governarci a partire da un uso strumentale dei nostri corpi. Il fatto stesso che il cosiddetto decreto antifemminicidio sia all’interno di un pacchetto sicurezza, come peraltro già avvenuto in passato, la dice lunga.

Noi nel 2007 ci siamo mobilitate per molto meno quando Veltroni aveva mandato le ruspe nel campo rom avviando la stagione per cui dire violenza contro le donne significava fomentare l’ideologia securitaria. Spero che il decreto lo affossino, ci sono più di 300 emendamenti e lo devono chiudere entro il 15 ottobre. Quello che sta avvenendo in questi giorni è grave. Norme come l’irrevocabilità della querela fanno passare un concetto che considera le donne come delle infermi, come delle persone incapaci di intendere e di volere e di decidere in prima persona rispetto all’uso di uno strumento legislativo che invece di favorirle le discrimina. Un’altra legge così fortemente caratterizzata da un approccio solo securitario al problema non è proprio accettabile.

Su questo tema dai documenti emersi da Paestum c’è un appello contro questo decreto che anche tu hai sottoscritto.

Dopo questo conflitto, al termine dell’assemblea di Paestum io, e molte altre donne che invece sosteniamo la tesi secondo cui bisogna intervenire non perché ci interessano le leggi, ma perché le leggi oggi vengono fatte sui nostri corpi. Anche prima il clima politico era assolutamente diverso, oggi è molto più esplicito e quando parlo di sessismo democratico intendo che il post patriarcato oggi è uno strumento di governo e uno strumento di inclusione in cui ci vogliono, ci includono ma a condizione che noi siamo solo vittime o donne utili alla crescita del paese.

Volendo sintetizzare credo che la frase del documento “sentiamo la necessità di rimettere a tema il nodo del conflitto politico” secondo me è un elemento molto importante ma credo che anche sia un elemento che, almeno in parte, è stato già raggiunto nel convegno.

Io ne do una visione assolutamente positiva, tra l’altro sono una accanita sostenitrice della tesi secondo cui non c’è relazione senza conflitto. Stiamo mandando in giro l’appello “not in my name” poi vedremo cosa succederà. Teniamo conto del fatto che il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne e non sarebbe male pensare una cosa tutte insieme contro questo decreto. Contro tutti i dispositivi legislativi che si consumano sui nostri corpi ignorando volutamente che, invece, i nostri corpi sono portatori di libertà e non vogliamo più permetterne l’uso strumentale in nome di tali politiche.

Intervista realizzata da Aurora d’Agostino, Luisa Lunghi e Carmen Sabello

***DI SEGUITO DEI MATERIALI DI APPROFONDIMENTO ***

STATO DI ECCITAZIONE PERMANENTE

FEMMINISTE NOVE A PAESTUM 2013

#autodeterminazione

“Scriviamo per responsabilità verso le nostre vite e desiderio di cambiarle.

Scriviamo per ritrovare il senso e il tempo di una autodeterminazione individuale e collettiva.

Siamo donne sull’orlo di una crisi di nervi e la crisi è la narrazione dominante del tempo che viviamo: un nesso ci sarà pure. Vogliamo nominarlo.

Viviamo il tempo della crisi e della sconfitta. Un tempo di crisi economica e politica. Vogliamo immaginare e costruire un altro tempo.

Siamo femministe nove. Non siamo ereditiere, siamo precarie.

Pensiamo il femminismo come la nostra rivoluzione possibile, e non possiamo consegnarlo al già detto e al già narrato. Il femminismo è un divenire, non un dover essere. L’autodeterminazione è una continua lotta.

Rifiutiamo un femminismo senza corpo. La nostra autodeterminazione non ha un contenuto.

Riconosciamo per noi il valore fondativo delle nostre genealogie nel pensiero e nelle pratiche femministe. E non vogliamo vivere il confronto fra generazioni femministe né nell’asimmetria di potere e di autorità né nell’invidia dell’epica di una stagione aurorale. Vogliamo partire dalle nostre vite, dal presente che ci accomuna, per costruire pratiche di potenziamento reciproco nel desiderio condiviso di cambiamento, di liberazione dall’oppressione materiale e simbolica. Autodeterminazione e libertà non coincidono ancora.

Siamo femministe storiche: il tempo presente ci fa orrore. Vogliamo agire per cambiarlo.

Ognuna è responsabile della sua indifferenza.

Siamo partite da noi. Siamo nate dopo: Dopo la nominazione di sé come soggetti, dopo la decostruzione dell’universale donna. Dopo l’emancipazione, l’autocoscienza, la liberazione, la differenza. Siamo già state donne e lesbiche, nelle frontiere e ai margini, cyborg e queer, irrappresentabili e rappresentate. Manon ci sentiamo affatto post. Sentiamo il femminismo come una metamorfosi che ci attraversa, un cambiamento che pensiamo e agiamo attraverso il corpo.

Pensiamo l’autodeterminazione come parola satura da svuotare e come parola vuota da riempire.

Abbiamo resistito affinché le nostre vite e i nostri corpi non fossero portate al mercato di un lavoro femminilizzato, che ancora una volta ci “assegna un posto” anche quando un posto non ce lo dà, che spesso ci sussume senza assumerci.

Abbiamo riconosciuto e nominato questa trappola. Ma non basta. Non basta se inseguiamo la promessa del lavoro, quando identità e senso possiamo trovarli solo al prezzo di competizione e (auto)sfruttamento; non basta se il lavoro lo togliamo dal centro, perché anche il tentativo di investire su tutto il resto è condizionato dalla precarietà. E anche mentre ci diciamo che il nesso lavoro/identità è sciolto, un pezzo del nostro senso e del nostro tempo è sempre impigliato lì.

In tutti questi casi, tra lavoro a tempo determinato e a tempo indeterminato, è scomparso il lavoro come tempo autodeterminato.

Pensiamo a un reddito di autodeterminazione che renda materialmente e liberamente attuabile questo diritto e questa facoltà per donne e uomini, fuori dalla logica dello sfruttamento e del profitto.

Non facciamo del reddito una rivendicazione neutra per un cittadino neutro. Non pensiamo al reddito come a un diritto individuale scisso, ma connesso a una diversa idea di lavoro, di produzione e di società.

Tra il rifiuto del lavoro (così com’è) e la volontà di trasformarlo c’è un legame profondo.

La precarietà è una condizione diffusa, non è una coscienza collettiva di una condizione. Non è un’identità: è la situazione in cui possiamo costruire conflitti e pratiche di libertà.

Stentiamo a rendere collettiva la consapevolezza della possibilità di una trasformazione per tutte e tutti.

È difficile divenire collettivamente soggetti di conflitto quandoil corpo politico è consunto.

Non siamo staffette, siamo partigiane.

Ci sentiamo parte di quella generazione politica che non vuole pagare il prezzo della crisi, ma non ha potere per evitarlo.

Partiamo dalle pratiche allora: dalla necessità di costruire luoghi di autogoverno e spazi liberati che vivano nella porosità col mondo circostante, nella tensione a una liberazione collettiva, individuale e sociale.

La sessualità non è mai un terreno pacificato.

I nostri corpi parlano sempre. Pensiamo attraverso il corpo. Ma il nostro è un corpo fatto a pezzi, ingabbiato nella veste di madre, figlia, militante, lato A, lato B, taglia 42; che è giudicato da qualcuno facile, dignitoso, bello, brutto, maschile, femminile, perbene, permale. Persa ogni interezza, siamo pezzi di donne e donne in pezzi che devono confrontarsi con un mondo che ci fa sentire sempre inadeguate e fuori posto.

È da questo fuori posto che ci muoviamo, è il riconoscimento del nostro desiderio la nostra forza. Passiamo troppo tempo a decostruire modelli e pratiche per tentare di restare in ascolto dei nostri desideri autentici. Decostruzione e ascolto sono passaggi necessari. Ma è quando li portiamo nelle relazioni e nella pratica che ci sentiamo più libere. Ancora più difficile è seguire il corpo e solo successivamente andargli incontro con il pensiero e la parola. C’è un prezzo da pagare per questo. Ma è questo, e non altri, il prezzo che siamo disposte a pagare e per cui siamo disposte a lottare.

I tempi di una performatività indotta che oggi agiscono in maniera più acuta sul corpo delle donne, ci portano troppo spesso a rimuovere il nostro corpo, a viverlo appunto come sintomo da tacitare o come oggetto da modellare. Il corpo rimosso sembra essere il filo conduttore delle nostre vite: rimosso nel lavoro come ansia da prestazione quanto nella politica come ansia di trasformazione. Rimosso anche da noi. Il nostro corpo è muto, ridotto a mero sintomo. Nevrosi, disturbi alimentari, perfezionismo fobico, psicofarmaci: è questo il prezzo che paghiamo a tutti i super-ego che abbiamo introiettato nella società della prestazione.

Il femminismo stesso, se non viene attraversato da una veglia costante e lucida, rischia di sopravvivere grazie a una rimozione del corpo; rischia cioè di parlare del corpo delle altre, rendendolo non più soggetto politico, ma oggetto di un discorso politico: il corpo delle migranti, il corpo delle vittime difemminicidio, il corpo delle prostitute.

Non vogliamo più essere complici di questa rimozione.

I nostri desideri sono impacchettati in identità fisse, che costringono o condizionano i desideri e i corpi in forme di vita precostituite e codificate da un’etica patriarcale e dalla sua estetica sclerotizzata.

Consideriamo l’erotismo qualcosa di molto più ampio rispetto all’atto sessuale. L’erotismo dei nostri corpi vuole scorrere in libertà. Riapriamo lo spazio e l’immaginazione a un erotismo espanso che tocca tutti i luoghi che il nostro corpo tocca.

Erotismo come sessualità espansa, invece che costretto nelle logiche impoverenti di tutte le binarietà possibili (uomo/donna,etero/omo) dalla cappa attiva e soffocante dell’etero-normatività.

Non vogliamo scoprire la nostra sessualità per negazionerispetto a quella data, costruita su un impianto maschile edetero-normativo, che fissa i ruoli di attivo e passivo, il limite tra dare e provare piacere. E non vogliamo pensare la nostra sessualità per differenza rispetto a ciò che scartiamo, per sottrazione rispetto a ciò che non ci piace, ma per potenziamento del nostro corpo e del nostro desiderio.

Sentiamo la necessità di rimettere a tema il nodo del conflitto politico.

Facciamo che nessuna parla a nome delle altre, del sesso e del potere che agisce sulle altre, senza avere prima parlato di sé.

Facciamo che nessuna parla di relazione se non è davvero disposta a mettersi in gioco.

Rimettiamo il desiderio al centro della politica. Il desiderio di cambiamento e insieme il desiderio di ritrovarci tutte intere nei luoghi del nostro agire politico. Un desiderio che incontra nella relazione con l’altra insieme un limite e un potenziamento.

Facciamo un passo avanti, per potenziarci reciprocamente.

Il nostro femminismo vuole essere un movimento reale. È incompatibile con lo stato di cose presente.

La rivolta è quello che il femminismo, in questo secolo, ha da ripensare.

Vogliamo essere partecipi di una rivolta che metta al centro e non rimuova i nostri corpi sessuati. Indignarsi, lo sappiamo, non basta. Non vogliamo essere una avanguardia, ma ci sentiamo anteprima di un mondo in cui la precarietà diventa il non-orizzonte che accomuna le vite. Così muore la politica come dimensione collettiva.

Vogliamo essere anteprima di una politica diversa, di una rivolta femminista.

Siamo femministe nove: angela ammirati, giorgia bordoni, federica castelli, alessandra chiricosta, ingrid colanicchia, sabrina di lella, teresa di martino, alessia dro, serena fiorletta, eleonora forenza, angelalamboglia, gaia leiss, viola lo moro, valeria mercandino, roberta paoletti, simona pianizzola

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