A Paestum 500 donne (e 5 uomini) La sfida femminista non teme i conflitti di Giovanna Pezzuoli

 

Finale concitato per Paestum 2013, l’incontro nazionale del movimento femminista intitolato quest’anno “Libera ergo sum” e dedicato al tema della libertà nelle condizioni materiali di vita.L’assemblea di circa 500 donne che in nome della “rivoluzione necessaria” vogliono portare la “sfida femminista nel cuore della politica” è stata attraversata da un’accesa polemica che ha infiammato gli ultimi minuti del dibattito contrapponendo due visioni della pratica politica.

 

Una dicotomia talora sottaciuta ma non facilmente componibile: è accaduto quando questa mattina alcune donne, con quello che altre hanno definito “un colpo di mano”, hanno proposto di far uscire dall’incontro due nette prese di posizione: una contro il decreto sul femminicidio in discussione in questi giorni in Parlamento, una legge che non è fatta “nel nome delle donne”; l’altra contro alcune norme della legge Bossi Fini (“è scandaloso che ci sia ancora il reato di immigrazione clandestina”), richiesta avanzata in particolare da Maria Luisa Boccia, filosofa ed ex senatrice, per dare concretezza a un messaggio di vicinanza nei confronti della sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini. Accuse reciproche e scontro acceso, che alla fine si placa con la mediazione del blog dove far uscire proposte che ciascuna potrà sottoscrivere.

 

L’eterno “che fare?”, il bilancio sull’efficacia di pratiche politiche “di nicchia” talora viste in alternativa a una capacità non scontata di conflitto attraversa spesso il movimento delle donne, tanto più in un momento come questo in cui ci si scontra con una crisi devastante, una sorta di mostruoso Godzilla, e si resta non di rado impigliati nel tentativo di aggredire la “foresta pietrificata delle istituzioni italiane”, come dice l’avvocata milanese Maria Grazia Campari.

 

Stato di Eccitazione Permanente. La giornata di sabato ha avuto un “colpo di scena” con la conquista del palco da parte delle giovani romane del gruppo “Femministe Nove” (www.femministenove.wordpress.com), e la lettura spettacolare di alcune frasi assai efficaci di un opuscolo. Nonostante le perplessità, espresse da una parte dell’assemblea, sul metodo poco ortodosso di presa della parola, non singolarmente a partire da sé, bensì tutte e 14 insieme dietro lo striscione “Stato di Eccitazione Permanente”, la performance ha suscitato emozioni e applausi fragorosi.

 

Non siamo ereditiere, siamo precarie, non possiamo consegnare il femminismo al già detto e al già narrato, no a un femminismo senza corpo… riconosciamo il valore delle nostre genealogie, ma vogliamo partire dalle nostre vite”. E ancora “Non siamo staffette ma siamo partigiane, costruiamo spazi liberati. La sessualità non è mai un terreno pacificato, il nostro corpo è fatto a pezzi, lato A, lato B, taglia 42, madre, militante… l’erotismo dei nostri corpi vuole scorrere in libertà, via dalla cappa soffocante etero normativa. Il nostro femminismo è incompatibile con questo presente, ripensiamo la rivolta, indignarsi non basta

 

Il passaggio del testimone. Del resto questa tre giorni, dopo la straordinaria partecipazione dell’anno scorso (più di mille donne riunite a 35 anni dal primo storico incontro) , è iniziata sotto i migliori auspici, con una sorta di passaggio del testimone fra le 60-70enni e le 30-40enniche in una rete di relazioni tessute tra Milano, Torino, Padova, Napoli e Cagliari si sono assunte la responsabilità di organizzare l’incontro (“andate avanti voi”, avevano detto le anziane), riconoscendo la ricchezza dell’eredità ricevuta. E in effetti, rispetto al 2012, quando la contrapposizione fra generazioni era rimasta nello sfondo (anche se qualcuna aveva esclamato “siamo tutte femministe storiche”), quest’anno il problema è stato subito superato, così come è scomparsa la vecchia polemica sulla rappresentanza delle donne nelle istituzioni, che contrapponendo giovani e meno giovani aveva spesso monopolizzato il dibattito. Si respiravano aria nuova e grande entusiasmo nella sala Saturno dell’Hotel Ariston, stipata fino all’inverosimile, con molte ragazze sedute sui gradini. Donne, dicevamo, veramente di ogni età, più 5 o 6 uomini.

 

Uomini sì o no. Come mai una presenza maschile così esigua? E qui occorre fare un passo indietro: per alcune organizzatrici, da anni impegnate in un dialogo con gli uomini di  “Identità e Differenza”, “Sui generi” o “Maschile Plurale”, e convinte, come dice la ricercatrice milanese Sara Gandini, che l’unico separatismo sia quello nei confronti del potere, l’incontro nazionale poteva rappresentare un fertile momento di confronto sul tema della differenza. E dunque avrebbe dovuto essere aperto al genere maschile. Ma soprattutto le più giovani rivendicavano l’importanza di Paestum come momento separato. Si arrivava dunque a una mediazione, ovvero invitare espressamente solo gli uomini con i quali si è tessuta una relazione. Ma a questo punto che cosa accade? Gli uomini, sentendosi non graditi a tutte, si tirano indietro. Come scrive Stefano Ciccone in “Il percorso maschile e Paestum”. “Paestum nasce come luogo che riprende il filo della relazione fra donne, mettendo in comunicazione storie, culture e generazioni di donne diverse… Non tutto il femminismo sceglie di costruire e valorizzare relazioni anche con gli uomini o ha scommesso su questo orizzonte politico”.

 

E dunque si arriva alla decisione che non è possibile affermare una presenza maschile “contro il desiderio delle donne presenti a Paestum”, non per “ossequio di maniera” bensì nella convinzione che si potranno costruire altre occasioni per dare visibilità e far crescere questa relazione

 

 

 

I nove laboratori. In effetti le domande sono state tante e così pressanti i problemi affrontati, in un moltiplicarsi di esperienze narrate e punti di vista, che forse è stata provvidenziale l’assenza di altri possibili conflitti. La ricchezza del dibattito è evidenziata anche nei nove laboratori che ieri pomeriggio hanno animato il convegno. Da “Sessualità, amore e violenza” (luogo da cui è uscita la discussa proposta anti-decreto sul femminicidio) a “Democrazia, autogoverno e istituzioni delle donne”; da “Maternità non maternità” a “Economia e lavoro”, dove la polarità forza/debolezza delle donne è stata esplorata,  senza contrapporre i tentativi di dar vita a forme di economia alternativa ai contesti di lotta e resistenza alla attuale devastazione del welfare. Ancora, da “La pedagogia della differenza” a “Pratiche di autodeterminazione, corpi e sessualità”, un gruppo in cui, come racconta Giulia del collettivo torinese Altereva, il bisogno di farsi trasportare verso altri immaginari dalla “brezza del femminismo” ha stimolato la riscoperta dei corpi nella pratica collettiva dell’auto-visita. E lancia la proposta di scrivere insieme ad altre una “contro-guida alla sessualità” per adulte. Infine, dal laboratorio “Autocoscienza” , pratica capace di tenere insieme relazioni ed obiettivi, dandoci l’autorità sociale senza la quale non si può portare avanti il conflitto, a “Cura di sé, delle relazioni, del mondo”.

 

Pratiche politiche, parzialità e bilanci. Impossibile dar conto di tutta la ricchezza degli spunti e delle suggestioni di questi due giorni. Zigzagando tra gli interventi, cinque minuti al massimo e sempre per alzata di mano (“La rivoluzione si fa per alzata di mano” avevamo raccontato un anno fa) resta significativa la posizione di Lia Cigarini della Libreria delle donne di Milano, che parla di “allargare la presa di coscienza” partendo da sé come forma politica originale da proporre nell’attuale frammentazione anche in contesti istituzionali per potere avere più democrazia e governare meglio. Mentre l’economista Antonella Picchio sottolinea che presa di coscienza e conflitto sono molto vicini in un momento storico in cui le politiche anti-welfare sono scatenate ed esistono ineguaglianze che non c’erano nemmeno nel Medioevo. Occorre dunque porre la questione della libertà di tutte e tutti, senza confondere la libertà con il privilegio. Facendo anche chiarezza, dice la giornalista romana Letizia Paolozzi, sul mancato riconoscimento della differenza femminile nei movimenti come No Tav, dove spesso si scelgono forme di lotta non efficaci che vanno contro donne e uomini. Bella, infine, l’immagine delle formichine della milanese Silvia Motta, che sottolinea la sproporzione fra il nostro impegno e la crisi globale.

 

Come una formichina da sola non combina nulla, ma insieme alle altre costruisce montagne, così lavoriamo nei microcosmi ma cerchiamo un orizzonte più ampio. Consapevoli della parzialità delle nostre pratiche, facciamo uno sforzo per trasferire i nostri contenuti in una dimensione più pubblica e sociale

 

 

 

Dulcis in fundo. Chiamiamolo fondo di solidarietà o di economia condivisa, ma continuerà a funzionare per soccorrere le donne in difficoltà il Fondo Paestum, a cui si sono rivolte in molte per avere un contributo alle spese di viaggio e alloggio senza il quale non avrebbero potuto partecipare al convegno. Che, per finire in bellezza, ha avuto il momento clou della convivialità sabato sera con la cantante napoletana Stefania Tarantinoche si è ispirata alle poesie di Emily Dickinson e al bellissimo libro di Carla Lonzi “Vai pure”, con l’addio a Pietro Consagra,  creando musiche piene di fascino.

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